Io e i miei amici siamo cresciuti in un piccolo paese a due passi da Napoli, ma a Napoli ci siamo andati solo da grandi.
Per i primi anni, dai sedici fino ai vent’anni, nonostante la vicinanza, al famoso mare che bagna Napoli, non ci siamo mai arrivati.
Non saprei dire il perché. Credo non ci interessasse. Quelle rarissime volte che raggiungevamo il centro della città era come una serata speciale, un modo straordinariamente ordinario di avventurarsi, di spostarsi da altri organi non identificati al cuore di una città che, a quel tempo, aveva più da togliere che da dare ai suoi avventori.
Il flusso della giornata non cambiava granché tra un mercoledì e un sabato. Si cominciava dal pomeriggio, spesso alle 15, 15.30. Si entrava in macchina. Si metteva la musica giusta e si guidava. Spesso si andava sempre negli stessi posti. Si bevevano sempre le stesse cose, per lo più birra e caffè fino al tramonto, qualche superalcolico economico di sera e di notte, e non si mangiava mai. Non ricordo di aver mai mangiato niente prima delle 2 di notte, in quegli anni, con i miei amici.
In questo articolo in pieno stile Suburbio, personalissimo, inconcludente e assolutamente non necessario, vi racconterò un pezzettino di quegli anni, intensi come solo quegli anni sanno essere, straripanti di vita, di delusioni, di strade piene di buche e di modi sani e poco sani di sconfiggere la noia che un piccolo paese dall’anima criminale può farti provare.
L’idea per scrivere questo pezzo mi è venuta guardando il documentario sui Red Hot Chili Peppers che da poco è uscito su Netflix. Il documentario racconta la genesi di questa band, sicuramente tra le più influenti sia dal punto di vista musicale sia del costume, a partire soprattutto dalla fine degli anni ’80 fino a metà degli anni 2000.
Quello che colpisce davvero in questo documentario è la loro amicizia.
Agli albori erano in tre: Anthony Kiedis, Flea e Hillel Slovak, defunto chitarrista dal visionario talento.
Flea, che siamo abituati a vederlo in psichedeliche e metanfetamiche esibizioni, qui invece ci mostra il suo lato romantico.
Il buon Flea ricorda il principio in preda a una incontrollabile emozione, sia per la perdita del compianto Slovak, sia per il ricordo mai scalfito di quegli anni giovanili, folli certamente, ma anche teneri.
Un po’ come i nostri.
Come diciamo spesso, la periferia è una sola, e non conosce particolari differenze tra una grande città e un’altra, perché è prima di tutto una periferia dell’anima.
Cosa cambia tra crescere ai margini di Los Angeles e crescere ai margini di Napoli, a quarant’anni di distanza?
Di certo, non poco.
Ma ciò che mi ha colpito è che le cose che per loro hanno avuto un significato profondo non sono poi così tanto diverse dalle cose che lo hanno avuto per noi.
Come la periferia in cui hai vissuto crea il tuo immaginario
Anthony Kiedis (1962) e Michael Balzary in arte Flea (1962) si conoscono alla Fairfax High School a sedici anni. Sono due reietti. Flea sogna di fare il trombettista jazz. Kiedis vive con suo padre, spacciatore, in un quartiere difficile di LA. Diventano subito grandi amici e trascorrono le giornate a fumare erba e andare in giro per le strade a non fare nulla, come solo gli adolescenti sanno fare.
Guardano con ammirazione una band scolastica, gli Anthem. Il loro chitarrista è un ragazzo ebreo, bello e talentuoso: Hillel Slovak.
I due amici, Kiedis e Flea, in una delle solite giornate da Californication, fanno l’autostop per andare all’autoscontro, e a fermarsi è proprio Slovak. Da quel giorno il duo diventa un trio. E sarà proprio Slovak a chiedere a Flea, dopo qualche tempo, di imparare a suonare il basso ed entrare a far parte degli Anthem.
Quell’incontro, quel singolo incontro, totalmente casuale, cambierà la vita di tutti loro e della storia della musica recente.
Il ricordo di come Slovak chiede a Flea di entrare nella band mi ha ricordato parecchio alcune giornate dell’epoca con i miei amici:
Piove. Hillel e Flea sono nella macchina del chitarrista. Stanno fumando erba. La pioggia si prende i grattacieli di Los Angeles e i due amici sono fermi, sul ciglio della strada, fatti e sereni. Qualche secondo di silenzio, fino a che la radio non suona Riders On the Storm dei The Doors. Flea racconta quel momento con le lacrime gli occhi, tratteggiandolo come uno dei momenti in cui si è sentito più figo nella sua intera vita.
I Doors erano tra le nostre band preferite. E spesso, spessissimo, li ascoltavamo in macchina, proprio come loro. Migliaia di chilometri di distanza e almeno quasi quarant’anni tra una scena e l’altra, eppure… siamo in un veicolo sul ciglio di una strada di una città difficile, con la stessa canzone, e la stessa volontà di sentirsi diversi, forse superiori; non tanto dal resto delle persone, quanto da quello che ci circonda.
Qualche giorno fa io e uno dei miei più cari amici abbiamo passato una bella serata insieme, condita dalla solita dose alcolica e dai tipici discorsi nostalgici. Ciò che è venuto fuori (ed è qualcosa di cui parlo molto spesso anche con gli altri) è che oggi, senza quegli anni, non sarei in grado di scrivere racconti, romanzi o altre bislaccherie come questo pezzo. Il motivo è banale e complesso allo stesso tempo: in assenza di quel periodo non avrei, nella mia cassetta degli attrezzi da scrittore, l’elemento fondante di ogni artista, ovvero il suo immaginario.
Lungi da me dire che quel periodo sia stato l’unico influente della mia vita. Ne ho avuti molti altri. Ma quello era più serio. Ogni giorno era un giorno importante. Ogni uscita era narrativa allo stato puro, mai appesantita dalle aspettative. Era tutto molto normale e allo stesso tempo speciale. Ogni sigaretta fumata aveva in sé una certa potenza narrativa.
Io ci pensavo alle volte. Spesso tornavo a casa alle cinque del mattino ed ero semplicemente felice di avere degli amici così, con cui fare un po’ di guai in giro e nel mentre parlare di arte, di amore, di futuro e di vita e di morte.
Di morte si parlava spesso.
Una delle nostre cose preferite era andare a fumare e a bere fuori ai cimiteri. Con uno eravamo particolarmente legati: il Cimitero Militare Monumentale del Commonwealth di Napoli. In questo cimitero trovano sepoltura 1.202 militari britannici, morti negli ospedali di Napoli durante la seconda guerra mondiale.
Sembra assurdo da dire, ma quel cimitero è davvero bello. Curato con grande attenzione e con un prato all’inglese pulito e di un verde brillante, è stato spettatore e cornice di parecchi eventi simpatici. Ci abbiamo portato delle ragazze, abbiamo parlato di tanti dei nostri problemi, ci siamo confidati, sia con i vivi sia con i morti. Non ci andavamo spesso, ma solo quando l’occasione lo richiedeva con urgenza. Ci sono andato spesso di notte e quei morti non ci hanno mai dato fastidio. Non ne abbiamo mai avuto paura. Oggi ho quasi 34 anni e non so come reagirei se mio figlio (che ancora non esiste) mi dicesse di aver trascorso la notte in un cimitero. Gli adulti si dimenticano molto velocemente di cosa significhi vivere nel perenne scontro anima e sovrastrutture.
Un altro aspetto interessante, dal punto di vista dell’immaginario, è che quel luogo si trova in uno dei posti peggiori della città, al confine tra i primi quartieri di Napoli e la periferia più violenta, quella dell’Area Nord, dove per l’appunto noialtri siamo cresciuti.
Come fa una cosa del genere a non scatenare, in chi scrive, qualcosa di potente?



Il ruolo dell’arte nella periferia
Se analizziamo le radici dei tre Red Hot preistorici, Anthony Kiedis, Flea e Slovak, ci accorgiamo di quanto le loro influenze siano state parecchie diverse.
Il più “borghese” era Slovak. Sua madre era un’ottima pittrice. Il padre era pressoché assente, ma gli Slovak non se la passavano così male. Flea racconta di tanti pomeriggi trascorsi a casa di Hillel a sfogliare i cataloghi d’arte della madre e a disegnare cose strampalate tutti e tre insieme. Questo è stato un trampolino di lancio per tutta la veste grafica e performativa dei futuri Red Hot. Anche quei pomeriggi hanno, dunque, influenzato il futuro della band.
Flea, d’altro canto, ebbe una situazione familiare disfunzionale. Il padre lo abbandonò da bambino per tornarsene in Australia – luogo d’origine della famiglia – mentre lui e il resto della famiglia si trasferirono a pochi chilometri da LA. Una figura importante nella sua crescita artistica è stato il patrigno, Walter Urban Jr., un bassista jazz a oggi parecchio considerato tra i bassisti californiani. Flea, nella sua autobiografia “Acid For The Children” ha dichiarato di essersi reso conto solo in vecchiaia di quanto quella figura lo avesse influenzato, soprattutto per ciò che riguarda il rapporto fisico e acido con lo strumento. Col patrigno però, i rapporti erano tesi. Urban non faceva altro che bere, picchiare la compagna e distruggere casa durante le furibonde liti domestiche.
Kiedis era quello con la situazione più difficile. Si trasferì dal padre in California a 11 anni. Il papà di Kiedis era un discreto stuntman, ma anche uno spacciatore. Il piccolo Anthony, in compagnia del padre, sperimentò varie droghe; iniziò con la marijuana intorno ai dodici anni, per poi dedicarsi a piccoli furti e sperimentazione di altre sostanze, sempre prima dei sedici anni.
Non credo in alcun modo che l’arte possa educare a qualcosa di concreto se non alla formazione di uno sguardo che, in fin dei conti, resta una roba molto personale che, se spinta al limite, rasenta l’alienante.
Per molti, soprattutto figure istituzionali e simili, l’educazione sembra più un adattarsi alle sovrastrutture di un mondo che, soprattutto negli ultimi dieci anni, è profondamente decaduto rispetto alle grandi promesse iniziali. Ci avevano promesso un futuro migliore, più sicuro, con meno guerre, più tecnologia e dunque maggiore consapevolezza. Ci avevano promesso più lavoro, ma a ritmi più sostenibili; più bellezza. Invece, guardandoci intorno, vediamo solo brutture. L’arte ormai è prodotta in serie. Pochissime case di produzione, in ogni settore artistico, controllano il 90% dei prodotti e quindi far emergere immaginari alternativi è diventato estremamente difficile. Questo ha causato un appiattimento dei contenuti che personalmente non avevo mai visto prima. La controcultura sembra essere scomparsa. E non consideratemi ingenuo: non intendo la controcultura rappresentata da un film iraniano di tre ore e quaranta minuti (di cui comunque nutro grande rispetto).
Io parlo del verme che si insinua nell’industria culturale. Dov’è quel verme? Quell’artista folle e geniale che riesce a emergere nonostante non abbia i requisiti tradizionali. Lo abbiamo visto, ad esempio, con i Nirvana. Lo abbiamo visto con Tarantino, forse. E anche con i Red Hot Chili Peppers. Ma sono passati più di trent’anni. Oggi è ancora possibile essere quel verme che si fa strada nel cuore dell’industria culturale? Forse no, o forse sì. Questo potrebbe essere il tema di un nuovo articolo.



A noi nessuno ci ha mai educati all’arte. A me e ai miei amici, intendo. Anzi, forse ci siamo educati l’uno con l’altro. I discorsi notturni avevano come protagonisti i nostri idoli, da Nietzsche a Lucio Battisti, passando per Dostoevskij, Henry Miller, Franco Battiato, fino ai Lynyrd Skynyrd, i Led Zeppelin, e i centinaia di film che amavamo e di cui analizzavamo ogni scena.
Io realizzavo i cd che poi ascoltavamo in macchina. Antenati delle odierne playlist, quei cd contenevano i nostri amati classici ma spesso anche brani nuovi da sottoporre ai miei amici. Inserivo anche cento, centoventi pezzi. La mia auto era una sorta di tempio. Ascoltare musica tutti insieme è forse la cosa che più ci ha uniti.
Nel nostro circoletto a Melito di Napoli tenevamo nascosta una bottiglia di John Long, un pessimo whisky da supermercato, pagato 8€ a bottiglia. Lo bevevamo spesso di primo pomeriggio, a piccoli sorsi, come facevano nei film che amavamo. Oggi mi fa sorridere a pensarci, ma all’epoca era quello il nostro modo di trascendere il grigiore.
Io ho sempre cercato il modo di esprimermi. Quando ero bambino ero molto bravo a disegnare. A sette anni ho scritto il mio primo racconto, a dieci riscrivevo le sceneggiature dei film che vedevo con mia nonna. E quando a diciassette ho incontrato quei ragazzi mi sono detto: ecco quello che cercavo da un gruppo di amici. Sapevo fin dal primo momento che quella promiscuità di intenti, sentimenti e di emozioni mi avrebbe formato come persona prima e come artista poi.



La periferia non ti insegna niente, tranne un linguaggio
Un linguaggio, un codice. Questo è quello che ti insegna davvero vivere in periferia. Almeno per me, chiaramente. Il punto di vista su queste cose è molto personale. Io, da quando mi sono trasferito in città, tre anni fa, non riesco più a fumarmi una sigaretta decente per strada. Tutto è così illuminato. Spesso, quello che mi circonda, è davvero troppo bello. Vivo in un quartiere esteticamente godibilissimo: parchi verdi, alberi, vialoni puliti, persone con volti rilassati e da cui non ti allontaneresti, lampioni ovunque e tutti ben funzionanti, localini tranquilli, dove bere e divertirsi in armonia. Non posso negare che adesso, quando esco, vivo la strada con un piglio molto più quieto, ma ciò che mi manca è il buio, un angolo dove sedersi su una panchina a parlare e a fumare e a bere qualcosa.
Un altro simbolo della nostra tarda adolescenza è stata la panchina. La preferita era sotto casa di un altro amico, ma ogni panchina, nella giusta location, era un buon posto dove sostare. Negli anni, grazie all’avvento del web, ho scoperto che tante comitive di tante periferie d’Italia hanno a cuore questo simbolo, perché in fondo, in luoghi dove non c’è neanche un bar, dove ti puoi sedere a parlare con i tuoi amici?
Ed ecco che il trittico della periferia viene fuori con forza: macchina, cimitero, panchina. I tre luoghi meditativi, relazionali e fondanti di un’amicizia come la nostra.
Anche i nostri 3 Red Hot Chili Peppers, quarant’anni fa, avevano i loro simboli e i loro luoghi di culto, come i bar descritti nelle prime canzoni o i personaggi del tutto narrativi citati in pezzi come Out in L.A, inclusa nel loro primo disco The Red Hot Chili Peppers (1984), scritta da Anthony Kiedis su un giro di basso ipnotico, ovviamente a cura di Flea. Se analizziamo i testi dei primissimi dischi dei Red Hot ci accorgiamo di quanto Hollywood sia stata centrale nella costruzione del loro immaginario.
Quando citiamo Hollywood pensiamo subito alle grandi star del cinema, ma come sappiamo, anche grazie alla letteratura, da gente come Bukowski o John Fante, che ad Hollywood hanno vissuto, questo quartiere era abitato per gran parte da pseudo-artisti e reietti, soprattutto fino agli anni ’80. I tantissimi bar aperti dalle prime ore del mattino non hanno aiutato.
Al momento il tasso di criminalità a Hollywood è di quasi 4.900 crimini ogni 100.000 persone: il 109% in più rispetto alla media statunitense. Con questo non voglio dire che i cari Red Hot siano stati sfortunati. Direi che sono andati decisamente meglio di noi. Ma per loro, i simboli che hanno creato il famoso linguaggio musicale che li hanno resi famosi, sono le strade, ampie e piene di impulsi e prostitute, e poi i bar e quegli artisti falliti.
Questi tre amici dai tempi della scuola (proprio come noi), hanno creato un modo nuovo di fare musica:
Flea, da grande appassionato di Jazz, con quella sua personalità artistica e istrionica, ha portato una visione musicale e tanta fisicità, Slovak, più vicino al rock, ha invece portato la poesia, la tecnica e un approccio più emotivo, mentre Kiedis, appassionato di hip-hop e di funk, ha inserito nella loro cassetta degli attrezzi tanta rabbia, performance e testi complessi, sociali e politici.
Voler fare l’artista in periferia ti costringe a questo perverso esperimento eterno: essere alla ricerca di un tuo linguaggio, riconoscibile, nella forma e nella sostanza, che sia autentico ma anche degno di stima da parte di chi, quelle strade, come te, le ha frequentate. E questo eterno patto è uno degli aspetti fondativi dell’hip-hop, ad esempio. Linguaggio di cui Kiedis più di tutti è stato precursore assoluto.
Cosa è rimasto di quegli anni?
Dei Red Hot Chili Peppers è rimasta solo la loro arte, l’unico lascito eterno che la nostra società può concedere.
Dischi, libri, film: sono ciò che lasciamo alle future generazioni affinché possano comprendere il presente e sentirsi più vicine al passato. La musica, in particolare, possiede una potenza estetica ed emotiva senza pari rispetto ad altre forme d’arte, perché trascende il tempo storico in cui è stata creata.
Nel momento della composizione quella canzone appartiene al suo tempo, ma quando diventa performance inizia un viaggio trascendente che, come una macchina del tempo, attraversa decenni e persino secoli. La musica classica, ad esempio, non ha bisogno che di due orecchie funzionanti. Poco importa se siano le orecchie di un antico romano o quelle di un ragazzo del 2000.
Non ha senso parlare di ciò che resta di quei ragazzi di Los Angeles: ci sono i dischi. Ascoltate i loro dischi.
Cosa è rimasto di quegli anni in me, in noi? Direi quasi tutto, tranne la parte più selvaggia, ma credo che questo sia normale.
A un ragazzo di sedici anni, oggi, direi, in effetti, di godere di ogni attimo della sua vita, cosa che quando la dicevano a me faceva parecchio innervosire. Ma sì, lo direi, perché, molto banalmente, è del tutto vero: quella parte della vita non fa testo, fa gara a parte; tutto il resto non è né meglio né peggio, è solo diverso, invece quella parte… quella parte passa troppo in fretta.
A oggi siamo ancora giovani, sia chiaro, e tutti abbiamo ancora quello spirito, chi più chi meno. Ma a quel tempo, nell’aria, c’era una tensione poetica che ahimè, non credo tornerà più.
Personalmente, quegli anni hanno significato moltissimo. Il mio immaginario si è creato lì, al 100%, e ogni volta che mi dimentico di saper battere le dita sulla tastiera chiudo gli occhi e sono ancora nella Picanto con i miei amici, in una strada buia già alle tre del pomeriggio, a disquisire del tutto e del niente, della vita e della morte, con un pacchetto di Winston Blue e la musica a fare da colonna sonora; e allora mi tornano le idee, le suggestioni, mi ritorna la vitalità nella falangi, perché sono troppe le cose che ci hanno unito, quel file rouge, come diceva il mio amico, che ci ha tenuti uniti nonostante tutte le diversità del caso.
Mi sembra davvero inutile stilare un elenco di chi fa cosa nella vita. Conta davvero tutto questo? Non ho mai valutato il successo di una persona in base al lavoro che svolge o, ancor peggio, a quanti soldi ha in banca o quale auto guida. Il materiale non mi interessa e non mi ha mai interessato. Anzi, ritengo che sia una forma di giudizio riduttivo, imposta da una società capitalista, per dividere in modo schematico chi è riuscito e chi no (riuscito in cosa poi?)
La maggior parte di quelle persone sono ancora i miei migliori amici e amiche. Sono sempre qui, che entrano nel mio film come protagonisti o personaggi secondari, proprio come io lo sono per loro. Il mio mondo è nato dalla mia famiglia, da dove sono cresciuto e da quel gruppo di persone. Non c’è molto altro. Non credo che nella vita ci sia molto di più di questo. Le persone che vivono intorno a noi sono il maggior supporto alla costruzione di una nostra interiorità, e a quelle persone non posso che dire grazie.
Certo, ci sono anch’io, che ogni volta che passo davanti al cimitero dei caduti controllo se il cancello è aperto, ma dentro non entro mai. E che quando ascolto le canzoni di quel periodo ritorno in un attimo quel ragazzo senza alcuna idea del futuro, con quel sole così chiaro sulla testa alle tre del pomeriggio, le Rayban Wayfarer per nascondere gli occhi, il nostro bar ancora deserto, e io lì fuori, appoggiato sul cofano della mia Kia Picanto che mi accendo una Winston Blue, e che aspetto i miei amici per cominciare un’altra inutile e meravigliosa giornata, senza chiedere nulla in cambio, né a noi stessi, né a tutta quella vita che ci danzava intorno.
