Desiderio Artificiale

Il paradosso della libertà come forma di condizionamento

Ho chiesto all’AI di fornirmi tre tracce come se dovessi prepararmi per un compito in classe d’Italiano. Di seguito quella che ho scelto e lo svolgimento. In fondo trovate invece le altre due tracce proposte. Qui tutti i dettagli e le regole del gioco.


Traccia 3: «Dalla marca di yogurt al percorso di carriera, la nostra società ci offre infinite opzioni. Ma questa apparente libertà di scelta ci rende più autonomi o più confusi?

Rifletti sul paradosso della libertà contemporanea: scegliere è sempre un segno di libertà o, talvolta, una forma di condizionamento? In che modo la moltiplicazione delle possibilità influisce sulla nostra identità e sul nostro senso di direzione?»

Apparentemente, nelle società occidentali, abbiamo raggiunto il punto più alto possibile di libertà personale. Ci viene ripetuto come un mantra che le occasioni fioccano, che sono lì, alla nostra portata, pronte per essere colte. Basterebbe dirigere e concentrare la nostra volontà verso gli obiettivi che vogliamo, per raggiungerli. Certo, con un pizzico di fatica e sofferenza, ma in modo tutto sommato semplice.

Con uno sguardo superficiale, sembra davvero complicato mettere in discussione questa visione di pensiero: viviamo un’epoca in cui gli strumenti classici del potere e dell’indottrinamento sono via via venuti meno. Per quanto ingenuamente richiamati di continuo nel dibattito politico, di Totalitarismi puri, da anni venti del Novecento, qui in Occidente non ve ne è traccia. Le grandi religioni – ad eccezione parziale dell’Islam – vivono una crisi profonda, e sono venute meno le influenze pervasive nelle vite dei singoli e delle comunità. Perfino il concetto di Famiglia, con tutta la catena di influenze che si porta dietro, non è mai stato così in crisi. Insomma, l’uomo occidentale pare essersi liberato dalle sue prigioni, pronto a spiccare definitivamente il volo verso il raggiungimento dei propri desideri. Può accedere ad ogni tipo di conoscenza e fare ogni tipo di esperienza in modo sostanzialmente economico e per di più senza sforzo.

Eppure, una semplice constatazione basta a rovesciare questo idillio: l’uomo occidentale non è mai stato così in crisi. Studi, analisi, statistiche sulla salute mentale parlano chiaro. Un esempio su tutti: lo scorso anno, il 29% degli americani ha ricevuto la diagnosi di depressione clinica. Quasi un terzo della popolazione.

Da un lato, dunque, la più alta forma di libertà possibile. Dall’altra, invece, la più estesa epidemia di vuoto di senso mai sperimentata. Verrebbe facile, dunque, il collegamento tra il crollo dei sistemi di valore e l’esplosione del disagio. Sintetizzando, si potrebbe arrivare ad affermare che, crollati i vecchi poteri, l’uomo occidentale non è stato capace di riorganizzare la propria esistenza, non è stato capace di dirigersi autonomamente in questo universo di libertà, finendo per perdersi. In questa visione, l’uomo occidentale è come un bambino che, stufo dei rimproveri dei genitori, decide di scappare di casa, ma nel buio del vicolo di fronte casa, scoppia in lacrime spaesato, vittima della sua stessa ribellione. Visione logica, lineare, che addossa al singolo la responsabilità della sua tragica incapacità di autogestione. E che giustifica e assolve i sistemi di potere, i “si stava meglio quando si stava peggio”, con le stucchevoli nostalgie degli “uomini forti” e dei “sani principi di una volta”.

Ma il potere per sua stessa natura non resta mai vacante. Il vuoto di potere è fatto per durare poco e per essere colmato. Il potere si evolve. Diventa più sottile. Scava. Si insinua. Cambia forma e connotati, fino a confondersi con la stessa libertà.

In questa visione – opposta alla precedente – l’uomo occidentale vive uno stato paradossale in cui la sua libertà, con le infinite possibilità di scelta che si porta appresso, altro non è che una forma nuova di coercizione e di controllo. Esasperata, ma allo stesso tempo perfettamente nascosta e velata, in quanto esercitata dall’individuo su sé stesso. Gli individui, sotto le influenze delle nuove forme di condizionamento del potere, diventano i controllori di sé stessi, puntando ad aderire ai molteplici “status quo”, indirizzando le proprie esistenze verso ciò che in apparenza sembra essere frutto delle loro scelte, ma che in realtà altro non è che un sentiero già tracciato.

Per quanto ampia sia la scelta dell’indirizzo di studi e/o di carriera, con corsi e specializzazioni su ogni tipo di attività umana prevista, dietro si cela l’obbligo di formarsi e specializzarsi, per poi produrre.
Per quanto ampia sia la possibilità di scelta di attività sportive in cui poter cimentarsi, dietro si cela l’obbligo di tenersi in forma.
Per quanto ampio sia il ventaglio delle forme di intrattenimento, dalle piattaforme alle stagioni teatrali, dietro si cela l’obbligo di intrattenersi.
E così via. Il tutto in un’ottica di produzione e consumo portata allo stremo.

In sintesi: gli individui, influenzati dai dettami del senso comune, espressioni del potere, si auto-sfruttano e auto-controllano per raggiungere quelli che scambiano per i propri obiettivi, liberamente scelti, ma che altro non sono che imperativi, che potremmo sintetizzare nella formula: “Produrre e consumare, e viceversa”.
In quest’ottica, l’uomo occidentale dunque è come Truman del Truman Show, libero sì, ma nella sua prigione dorata e ben delimitata. Il singolo è deresponsabilizzato da ogni colpa, vittima di un sistema che lo incatena, lo annebbia e lo soggioga al punto tale da scambiare la propria prigionia per libertà.

Come porsi dunque tra queste due visioni opposte? 

Come su tutti i temi, porsi nell’ottica “o bianco o nero”, risulta essere poco efficace.
Tra l’uomo totalmente libero ma incapace di gestirsi e l’uomo totalmente incatenato dalla più subdola delle forme di coercizione, la libertà camuffata, sono contenute tutte le sfumature, che riescono probabilmente a definire il quadro.

Che la crisi dei sistemi valoriali “classici” abbia dato il là ad una sempre più ampia diffusione del senso di smarrimento è provato. Ma l’uomo ha la possibilità di applicarsi e discernere il proprio singolare sistema valoriale – che poi è l’unico che conta.

Sull’altra sponda, che la libertà consumistica sia in qualche modo coercitiva, è fuori discussione. Ma l’uomo non è necessariamente destinato a piegarsi a ciò, a lasciarsi andare a queste onde dell’auto-repressione mascherate da auto-controllo. Può prendere coscienza del sottile meccanismo, può portargli consapevolezza, e a partire da ciò, decidere come agire. Un primo passo verso il recupero della vera libertà.

Cos’è la libertà? Domanda che richiederebbe numerosi approfondimenti, ma io qui non la intendo astrattamente come la possibilità di fare sostanzialmente ciò che si pare, ma come la facoltà di desiderare, e il successivo agire, muoversi, verso ciò che è desiderato.

Il nocciolo della questione, in questa prospettiva, diventa dunque cosa e come desideriamo. Se il desiderio è forgiato sull’adesione cieca a determinati valori imposti dell’esterno, non è un desiderio autentico, ma una camaleontica volontà di omologazione. Se il desiderio è plasmato sui luoghi comuni, sui trend, sul mercato, sulle mode, non è un desiderio autentico, ma desiderio artificiale.

Riconoscere l’artificialità di questo modo di desiderare è il primo passo per riaprire la strada verso la libertà. Il secondo, il più difficile, è interrogarsi su cosa desideriamo autenticamente, tolti tutti gli strati, i giudizi, le influenze consce o meno. Il terzo è trovare la forza di dirigersi consapevolmente, agendo, verso ciò che è desiderato autenticamente.

Attraverso questo percorso, scansando l’omologazione sistemica e fuggendo il desiderio artificiale, mi pare ancora possibile raggiungere un’autentica, per quanto scomoda, libertà.


Traccia 1: «Viviamo in una società che misura il valore delle persone in base a quanto producono, fanno o ottimizzano. Anche il tempo libero viene spesso riempito di obiettivi, attività, performance.

Rifletti sul significato del “non fare nulla” nell’epoca della produttività continua. Esiste ancora uno spazio legittimo per l’ozio, la lentezza o l’inattività? Essere improduttivi può avere un valore umano, culturale o persino politico?»

Traccia 2: «Negli ultimi anni si discute spesso di linguaggio inclusivo, politically correct e cancel culture. Alcune parole o espressioni vengono considerate offensive, altre vengono sostituite da formule più neutre.

Rifletti sul rapporto tra linguaggio e libertà: cambiare le parole significa davvero cambiare la realtà? Dove finisce il rispetto e dove inizia la censura? Argomenta la tua posizione con esempi tratti dal dibattito pubblico o dalla tua esperienza.»

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