Una domanda che mi sono sempre posto è quanto l’urbanistica e la costruzione strategica di quartieri, rioni e strade abbia in effetti favorito lo sviluppo della rete criminale di quel luogo.
Grandi progetti architettonici si sono poi scontrati con la realtà dei fatti, ovvero che i luoghi diventano luoghi prima di tutto perché sono abitati dalle persone.
Le persone sono la variabile incalcolabile di qualsiasi progetto.
Come si adatteranno? In cosa lo trasformeranno? Si sentiranno a casa o per sempre ospiti? In sostanza: cosa diventerà quel luogo quando da semplice spazio diventerà luogo vivo?
Sappiamo, grazie a moltissimi studi (alcuni citati proprio in questo articolo), che l’urbanistica è in realtà la vera applicazione di una criminologia che, in ambito Italiano ed Europeo, non è materia da CSI – Scena del Crimine, ma è piuttosto una scienza che dovrebbe valutare possibili soluzioni predittive a modelli criminali consolidati.
Uno di questi ambiti? L’urbanistica.
Iniziamo dal principio: i quartieri che storicamente sono stati negli anni fortino della camorra a Napoli sono: i vari edifici di Scampia, il Parco Verde a Caivano, la zona tra Pazzigno e ‘o Bronx a San Giovanni a Teduccio e le 219.
Per fortino della camorra intendiamo un luogo esteso, magari un rione intero, dove i camorristi abitano, vivono le loro vita, la socialità, le riunioni, dove in sostanza si occupano dei loro affari. E per loro affari intendiamo principalmente lo spaccio di droga.
Pensateci un attimo: questi quartieri sono nati criminali? Erano destinati alla camorra? Perché proprio questi luoghi sono diventati i fortini del malaffare?
Chi o cosa ha reso possibile tutto questo?
Scampia

Il quartiere di Scampia, a differenza di tanti altri vecchi quartieri partenopei, ha una vita piuttosto giovane.
Nel 1939 fu istituito il Piano Regolatore Generale, che prevedeva la costruzione di quattro zone da destinare alla costruzione di case residenziali popolari. Una di queste quattro zone doveva uscir fuori dalla zona di Secondigliano, Piscinola, Marianella e San Pietro a Patierno. Il piano, chiamato Piano 167, fu elaborato solamente all’inizio degli ’60, con la legge L.167/62.
Insomma, i quartieri popolari avrebbero preso il nome del progetto, ed ecco che nacque l’idea della 167 di Secondigliano.
Il piano, per Secondigliano, prevedeva 400 ettari da destinare a 78.000 famiglie. I lavori iniziarono negli anni ’60, partendo con i favori del pronostico, dato che per la maggior parte degli architetti dell’epoca Scampia era un progetto avveniristico, a tratti rivoluzionario, ma decisamente idealista. I sette edifici delle Vele, progettati dall’architetto Di Salvio, e conclusi con moltissime difficoltà nel 1982, dovevano assolvere, per i progettisti, da collante tra i vari stili di vita delle persone che avrebbero ospitato.
La loro idea era quella di creare un edificio-rione: immenso, gigantesco nella struttura, lungo 100 metri di 14 piani angolati a 45 gradi rispetto alle strade, ma con ballatoi capaci di unire le case, come se si stesse per strada.
Le varie Vele vengono costruite lontane l’uno dall’altra, collegate da strade larghe e molto lunghe, progettate così per evitare traffico e favorire lo scorrimento veloce. Gli spazi destinati alle attività commerciali furono collocati e pensati sempre ai margini della Vela di appartenenza, e non per strada, così che la gente non avrebbe dovuto mai allontanarsi dal suo rione-edificio.
Queste caratteristiche, ritenute inizialmente innovative, hanno trasformato Scampia in un fortino di difficilissimo accesso.
Durante gli anni da fortino della camorra infatti, ogni Vela è presidiata da moltissime vedette che, dall’alto, fanno presente a chi sta giù, chi sta entrando nel complesso. Ogni struttura, immensa nelle dimensioni ma incredibilmente circoscritta come una roccaforte, diventa come una città bunker, con leggi proprie, pagamenti di tutti i tipi, e ogni tipo di attività illegale.
Anche le forze dell’ordine, volendo intervenire, avrebbero incontrato enormi difficoltà nello sgomberare una Vela o nel condurre un blitz al suo interno. In ciascuna struttura, infatti, a un piano intermedio era stata installata una porta blindata in ferro, con un foro centrale attraverso il quale avveniva lo spaccio direttamente dentro il complesso. Gli abitanti, ogni volta che dovevano raggiungere il proprio piano passando da quel varco, erano costretti a farsi largo tra i tossicodipendenti in fila e a chiedere il permesso ai pusher per poter proseguire.
I camorristi hanno costruito e modificato ancor di più l’assetto strutturale delle Vele, rendendolo il primo fortino della criminalità a Napoli.
A Scampia, inoltre, troviamo anche le Case dei Puffi, un tempo altro fortino della camorra, ora diventato luogo degradato senza alcuna manutenzione.
Tre prefabbricati di 7 piani l’una, pieni zeppi di infiltrazioni e lasciati totalmente al degrado. Nel corso degli anni, i vari governi, hanno fatto finta di ricordarsi di Scampia, alle volte costruendo spazi di verde, altre volte con manifestazioni.
Niente di tutto questo ha avuto un seguito. Dopo la costruzione di molti ettari di qualche anno fa, quel verde è rimasto in mano ai tossici, agli spacciatori. Anche quello spazio è diventato di proprietà criminale, senza che lo Stato facesse niente. Hanno costruito un fortino alla camorra. Gli hanno concesso la possibilità di avere una casa e un luogo dove svolgere comodamente il loro lavoro che, alle volte, è dura da ammettere, ma sembrano far meglio di quelli dello Stato.
E alla fine? Alla fine le Vele le stanno abbattendo tutte.
Tra poco Scampia, iconograficamente parlando, non esisterà più.
Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio

Praticamente attaccata al centro cittadino, la zona di Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio risulta essere una delle zone con il maggior tasso di densità abitativa d’Europa e tra i quartieri europei con il maggior tasso di giovani disoccupati.
In questa zona sono molti i punti divenuti veri e propri fortini della Camorra.
Uno dei più famosi è quello che viene definito ‘O Bronx, nato anch’esso da un progetto post sisma 1980.
Composto da due enormi palazzi a Taverna del Ferro (che è il vero nome della zona e i nomi sono molto importanti) da cui doveva vedersi il mare, anche questo progetto fu inizialmente visto come innovativo e rivoluzionario.
L’idea dell’architetto Pietro Barucci e del suo staff, che nel 1982 firmarono il progetto, era quella di costruire due palazzi molto grandi divisi da una piccola strada nel mezzo,che funzionasse da punto d’incontro per i residenti.
La loro idea era quindi una rivalutazione dello storico vicariello napoletano. Ogni edificio è diviso in sei scala, ciascuna di sette piani, e l’intero complesso comprende 144 appartamenti. Anche in questo caso, come potete vedere dalla foto, il Bronx è davvero perfetto per essere un fortino criminale.
Molto grande ma dislocato, senza attività commerciali e immerso in strade larghe e senza verde, con l’aggravante del degrado ambientale.
Allo stesso modo poi, una volta percepita la gravità del fatto, il Bronx è stato abbandonato al suo destino.
Negli ultimi anni i cittadini sono insorti contro le autorità, e questo – anche grazie al supporto di tante associazioni del posto – sta cominciando a dare i suoi frutti.
In ballo, infatti, c’è un progetto di rigenerazione di Taverna del Ferro.
Ve lo lasciamo qui per seguirlo. Vediamo come va a finire.
Le 219
Dopo il terremoto del 1980, a Napoli fu emanata la legge 219/81: la costruzione di alcuni rioni nelle periferie che ospitassero i senzatetto provenienti dal centro di Napoli.
Questi rioni, nel corso degli anni, sono stati abbandonati a loro stessi, permettendo ai criminali di portare avanti le loro attività in modo anche piuttosto sicuro.
E’ risaputo che la 219 di Melito è stato per molti anni il covo degli Scissionisti, come per molte altre 219 in giro per Napoli.
Anche in questo caso l’ago della bilancia è stato il Terremoto del 1980. Dopo il sisma, infatti, la Regione aveva la necessità di dare una risposta immediata alle migliaia di persone rimaste senza casa. Dunque, era necessaria una legge rapida e, soprattutto pratica, che avesse consentito di costruire velocemente centinaia e centinaia di alloggi.
Nel 1981 moltissimi clan si sono arricchiti entrando nel business delle gare d’appalto per la costruzione dei fabbricati, stabilendo in tutta Napoli una serie di piccole succursali del crimine organizzato.
Stradoni scuri senza negozi, poco verde, grandi edifici dislocati tra loro e di difficile accesso. Queste sono le caratteristiche principali di un quartiere poco sicuro e in mano alla camorra. Vi chiederete: di chi è la colpa? La camorra, come tutte le organizzazioni mafiose, sfrutta il sistema per poterlo manovrare. Non gli interessa fare la rivoluzione perché non vuole cambiare le cose. Quindi, ovviamente, tutto questo parte dallo Stato, che ha costruito contro ogni principio criminologico certi quartieri, dando le chiavi delle mura in mano ai camorristi, che se ne sono appropriati occupando il 75% delle case che erano destinate a chi una casa non poteva permettersela, motivo per cui questi quartieri erano stati costruiti.
Come l’urbanistica può scoraggiare atti criminosi?
Partiamo da una teoria interessante: la teoria della finestra rotta.
La teoria della finestra rotta è un concetto di criminologia ambientale sviluppato da James Q. Wilson e George L. Kelling nel 1982.
La teoria ci dice che la trascuratezza e il degrado urbano, come finestre rotte o graffiti non rimossi, possono portare a un aumento della criminalità, poiché segnalano una mancanza di controllo e cura da parte della comunità.
Ma c’è di più: tra i temi più influenti nell’ambito dell’urbanistica applicata alla criminologia troviamo il senso di appartenenza. L’urbanistica, per scoraggiare atti criminosi, deve per definizione creare spazi che aumentino il senso di appartenenza, in quanto quest’ultimo è fondamentale nell’ambito della sorveglianza spontanea.
Cos’è la sorveglianza spontanea? Siamo noi, le persone che abitano i luoghi e che – in un certo senso – lo sorvegliano ancora prima dell’arrivo delle forze dell’ordine.
Parlando di sorveglianza spontanea, non possiamo non citare l’illuminazione. Un tema che sembra scontato ma che in realtà nasconde molti punti oscuri (scusate il gioco di parole). L’illuminazione, per tutti gli studi, è in realtà uno degli aspetti principali di questa scienza. Un luogo ben illuminato, inutile dirlo, scoraggia atti vandalici e criminosi.
Come anche, è sempre consigliato, prevedere l’affaccio delle abitazioni private su luoghi pubblici.
In generale, e non serviamo noi per dirlo, un quartiere è più sicuro quando è tutto più visibile e meno degradato possibile. Ecco perché, per dirna una, le Vele di Scampia non sono di certe una case study positiva per questa disciplina.
Quegli stradoni così larghi, con le attività commerciali al di sotto della vela, l’illuminazione carente e spazi verdi abbandonati, hanno fatto sì che diventasse un luogo perfetto per i criminali.
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Fonte: Dai processi di autoesclusione alla nascita delle contee della Camorra nelle periferie napoletane di Pasquale Peluso; inserito nel testo Studi sulla Camorra a cura di Giovanna Palermo.
